Chi sei e cosa ti appassiona del tuo lavoro?
Sono un ricercatrice post-doc nel laboratorio di Translational Oncology presso l’Istituto Europeo di Oncologia.
Quello che mi appassiona maggiormente del mio lavoro è che unisce la complessità scientifica al pensiero creativo: ogni esperimento non porta solo risposte ma apre nuove domande e nuove strade di indagine.
Ciò che mi motiva ogni giorno è proprio la natura sfidante di questo campo: il tumore non è una malattia unica, ma un insieme vastissimo di alterazioni che ci obbligano a guardare i problemi da più prospettive – molecolare, cellulare, clinico. Questa multidimensionalità stimola continuamente la mia curiosità e il mio desiderio di imparare e scoprire. Inoltre è molto stimolante la sensazione di poter contribuire alla risoluzione di uno dei più grandi enigmi della medicina moderna.
È un percorso fatto di piccoli passi, ma ogni intuizione o risultato ci permette di comprendere meglio la biologia umana e, allo stesso tempo, di avvicinarci a soluzioni che un giorno potranno davvero fare la differenza per i pazienti.
Di cosa ti occupi?
Il mio lavoro di Ricerca si svolge nell’ambito del tumore al seno HER2 positivo e nello specifico mi occupo dello studio di un gene chiamato NF1. Questo gene, quando è mutato, può influenzare il modo in cui il tumore cresce e risponde ai farmaci.
L’obiettivo del mio lavoro è caratterizzare tutti i processi molecolari in cui è coinvolto il gene NF1 e la proteina che codifica, per poterlo poi usare come un ‘biomarcatore’ in clinica, cioè come fattore decisionale per la terapia da dare a ciascun paziente. Vogliamo rendere quindi la cura più personalizzata: non proporre a tutte le pazienti lo stesso percorso terapeutico, ma adattarlo in base al profilo del singolo tumore, aumentando così l’efficacia delle terapie e riducendo gli effetti collaterali non necessari.
Puoi raccontarci, in parole semplici, il tuo progetto di Ricerca?
Il mio progetto di Ricerca si concentra su una classe di farmaci chiamati farmaci-anticorpo coniugati, in particolare su T-DM1 che viene utilizzato per il trattamento del tumore al seno HER2 positivo. Questi farmaci sono formati da un anticorpo che riconosce e si lega in modo specifico alle cellule tumorali, e a esso è collegata una molecola chemioterapica molto potente. Questi componenti sono quindi in grado di portare il chemioterapico direttamente dentro le cellule tumorali, ma non tutte le pazienti rispondono allo stesso modo.
Abbiamo scoperto che la mutazione o la perdita del gene NF1, aumenta la sensibilità delle cellule tumorali al farmaco T-DM1. Con il mio progetto di Ricerca, per capire meglio questo fenomeno, uso tecniche di editing genetico come CRISPR e base editing per riprodurre specifiche mutazioni di NF1 individuate nei pazienti nelle cellule tumorali e ne valuto poi la diversa risposta al farmaco.
Quali sono gli obiettivi della tua Ricerca e che risultati hai raggiunto o vorresti raggiungere?
Con la mia Ricerca abbiamo scoperto che la proteina NF1, quando è assente o mutata, rende le cellule tumorali molto più sensibili ad un farmaco usato nel tumore al seno, chiamato T-DM1. In pratica, senza NF1 le cellule non riescono a riparare i danni ai microtubuli causati dal farmaco e quindi muoiono più facilmente.
Il mio progetto ha due obiettivi principali: identificare in modo preciso quali mutazioni di NF1 rendono i tumori più sensibili al farmaco e capire quanto spesso queste mutazioni si trovano nei tumori delle pazienti che hanno ancorala malattia dopo le terapie iniziali. Lo scopo finale è sviluppare un test clinico che, valutando lo stato di NF1, aiuti i medici a scegliere il trattamento più efficace e meno tossico per ogni paziente.
Come hai iniziato a fare Ricerca? Cosa ti ha portato fin qui?
Fin da quando ho iniziato a studiare, sono sempre stata affascinata dal funzionamento del corpo umano e dal cercare di capire il “perché” delle cose. Con il tempo, questa curiosità mi ha portata ad appassionarmi allo studio di come certe piccole alterazioni all’interno delle cellule possano dare origine a malattie come i tumori.
Durante i tirocini universitari ho avuto l’occasione di entrare per la prima volta in un laboratorio di Ricerca: lì ho scoperto che questo era l’ambiente in cui volevo crescere e contribuire, cercando di capire meglio questi meccanismi e, un domani, poter dare il mio contributo alla lotta contro le malattie. Quindi, ciò che mi ha portato fin qui è una combinazione di interesse personale, opportunità di formazione e la motivazione a dare un contributo concreto, anche piccolo, a un ambito che considero importante.
La Ricerca per me rappresenta un percorso di crescita continua, fatto di studio, collaborazione e anche di sfide, che però mi spingono a migliorarmi ogni giorno.
Qual è stata finora la sfida più grande nel tuo percorso?
La sfida più grande finora è stata imparare a gestire la complessità e l’incertezza che caratterizzano la Ricerca oncologica durante il periodo di Dottorato.
Da una parte ci sono le difficoltà tecniche e sperimentali, cioè esperimenti che non sempre danno i risultati attesi, dati da interpretare con attenzione, tempi lunghi che richiedono pazienza. Dall’altra, c’è anche una sfida più personale: trovare un equilibrio tra la motivazione a contribuire a un campo così rilevante e l’accettazione che i progressi arrivano spesso a piccoli passi, con molti ostacoli lungo la strada. Questa esperienza mi ha insegnato a sviluppare resilienza e a riformulare gli insuccessi come occasioni di apprendimento.
Come si svolge una tua giornata tipo in laboratorio?
Ogni giornata in laboratorio è diversa dall’altra, ed è proprio questa varietà che rende la Ricerca così appassionante. Non c’è mai spazio per la noia, perché ogni giorno porta con sé nuove sfide da affrontare. In generale però la mia giornata è un equilibrio tra lavoro pratico in laboratorio con esperimenti da fare, analisi critica dei risultati che arrivano dagli esperimenti e continua formazione e studio. Spesso ci sono anche momenti di confronto con i colleghi o con supervisore, utili per discutere progressi, difficoltà o nuove strategie.
C’è stato un momento in cui hai sentito di aver scoperto qualcosa di importante?
Sì, durante il mio dottorato ho vissuto un momento che per me è stato molto significativo. Con il progetto che stavo seguendo siamo riusciti, passo dopo passo, ad arrivare a una risposta concreta alla domanda di Ricerca che ci eravamo posti all’inizio. È stata una grande soddisfazione, perché significa che tutto il lavoro, i tentativi e anche gli errori, ci hanno portato a una vera scoperta. Questo risultato è poi diventato una pubblicazione scientifica, e per me è stato il segno tangibile di aver contribuito, nel mio piccolo, ad ampliare le conoscenze nel mio campo.
Quanto è importante per te lavorare in squadra e condividere i risultati?
Per me lavorare in squadra e condividere i risultati è fondamentale. La Ricerca medico-scientifica, soprattutto in un campo complesso come l’oncologia, non può essere portata avanti in modo isolato: ogni progetto richiede competenze diverse, punti di vista complementari e una collaborazione costante. Il confronto con i colleghi è spesso ciò che permette di superare una difficoltà sperimentale, di interpretare meglio un dato o di trovare nuove direzioni da esplorare.
Credo che la scienza sia, prima di tutto, un’impresa collettiva: i traguardi più significativi arrivano quando la collaborazione si traduce in crescita reciproca e in risultati che hanno un impatto concreto.
In che modo il sostegno della Fondazione IEO-MONZINO ETS e dei suoi donatori fa la differenza nella Ricerca?
Per me il sostegno della Fondazione IEO-MONZINO e dei suoi donatori fa davvero la differenza, perché rende possibile trasformare le idee in Ricerca concreta. Nel mio percorso ho visto quanto sia fondamentale avere accesso a strumenti all’avanguardia e alla possibilità di dedicarsi a tempo pieno a un progetto: senza questo supporto molte ricerche resterebbero solo ipotesi.
Sapere che dietro al nostro lavoro ci sono persone che credono nella ricerca e decidono di investire in essa è anche una grande motivazione personale: significa non sentirsi soli in laboratorio, ma parte di una comunità che condivide lo stesso obiettivo, quello di migliorare la vita dei pazienti.
Cosa diresti a chi oggi sceglie di sostenere la Ricerca?
Direi prima di tutto grazie. Grazie perché scegliere di sostenere la Ricerca significa investire non solo in conoscenza, ma anche in speranza e futuro. Da ricercatrice, sapere che ci sono persone che credono nel nostro lavoro e decidono di sostenerlo è una motivazione enorme: ci ricorda che non stiamo lavorando solo per soddisfare una curiosità scientifica, ma per dare risposte concrete a bisogni reali.
Perché, secondo te, è importante continuare a credere nella Ricerca medico-scientifica?
Credo sia fondamentale continuare a credere nella Ricerca medico-scientifica perché rappresenta lo strumento più solido che abbiamo per migliorare la salute e la qualità della vita delle persone. Ogni progresso, anche se può sembrare piccolo, contribuisce a costruire nuove conoscenze che nel tempo si trasformano in diagnosi più precoci, terapie più efficaci e strategie di prevenzione migliori.
La Ricerca non è solo una promessa per il futuro, ma anche un investimento nel presente: significa alimentare l’innovazione, stimolare la collaborazione tra discipline e mantenere viva la speranza per chi affronta malattie ancora difficili da curare.