Nel silenzioso ma incessante battito del cuore si cela l’orologio biologico che regola la nostra vita. Quando però questo ritmo si spezza – rallenta, diventa irregolare o, nei casi più gravi, si ferma temporaneamente – la medicina interviene con una delle sue tecnologie più efficaci: il pacemaker. Oggi, grazie al progresso tecnologico e alla costante Ricerca in ambito elettrofisiologico, questi piccoli dispositivi sono in grado di restituire qualità e sicurezza a migliaia di pazienti, soprattutto anziani, affetti da disturbi del ritmo cardiaco.
Cos’è un pacemaker e a cosa serve
Il pacemaker è un dispositivo elettronico impiantabile progettato per monitorare costantemente il ritmo del cuore e, quando necessario, inviare impulsi elettrici che stimolano la contrazione cardiaca. «Si tratta di uno strumento salvavita – spiega il professor Claudio Tondo, direttore del Dipartimento di Elettrofisiologia del Centro Cardiologico Monzino – che sostiene il battito cardiaco nei casi in cui il cuore non riesce a mantenere una frequenza adeguata, spesso per disfunzioni del nodo seno-atriale, la centralina naturale del nostro cuore».
Normalmente, la frequenza cardiaca a riposo varia tra i 60 e i 100 battiti al minuto. Quando il cuore scende al di sotto di questi valori in modo persistente – una condizione chiamata bradicardia – o manifesta interruzioni nella trasmissione degli impulsi elettrici, il pacemaker entra in azione per garantire una contrazione efficace e una perfusione sanguigna ottimale.
Le diverse tipologie di pacemaker
Nel corso degli anni, la tecnologia dei pacemaker ha fatto enormi progressi. Oggi esistono dispositivi di vario tipo, ciascuno pensato per rispondere a esigenze cliniche diverse. I pacemaker tradizionali sono composti da un generatore di impulsi (una sorta di piccola batteria intelligente) collegato al cuore tramite uno o più elettrocateteri, fili sottili e flessibili che trasportano l’impulso elettrico al muscolo cardiaco. Il generatore viene impiantato sotto la cute, solitamente sotto la clavicola.
I modelli monocamerali – dotati di un solo elettrocatetere – stimolano una sola camera del cuore, generalmente il ventricolo. Sono particolarmente indicati per pazienti anziani con fibrillazione atriale e frequenza molto bassa, che possono sperimentare pause cardiache anche di alcuni secondi, soprattutto durante il sonno.
I pacemaker bicamerali, invece, sono dotati di due elettrocateteri e permettono di stimolare sia l’atrio che il ventricolo, coordinando in modo più fisiologico la contrazione cardiaca. Sono la scelta elettiva nei pazienti che soffrono di blocchi atrioventricolari, condizioni in cui l’impulso che nasce nel nodo seno-atriale non riesce a raggiungere i ventricoli.
L’innovazione dei pacemaker senza fili
Una delle più significative innovazioni dell’ultimo decennio è rappresentata dai pacemaker leadless, o “senza fili”. Il Centro Cardiologico Monzino è stato tra i primi centri in Europa a impiantarli. Questi dispositivi miniaturizzati, lunghi circa tre centimetri e simili a una capsula, contengono al loro interno sia il generatore che il sistema di stimolazione. Vengono introdotti per via transcatetere attraverso la vena femorale e fissati direttamente al muscolo cardiaco, senza necessità di incisioni chirurgiche né di tasche sottocutanee.
«L’assenza di fili elimina molte delle complicanze tipiche dei pacemaker convenzionali – sottolinea il professor Tondo – in particolare il rischio di infezione, che interessa circa il 5% dei pazienti con dispositivi tradizionali». Inoltre, grazie all’approccio mininvasivo, i tempi di recupero sono significativamente ridotti, e il risultato estetico è spesso migliore, un aspetto da non trascurare soprattutto nei pazienti più giovani.
Tuttavia, il costo elevato dei pacemaker senza fili limita ancora oggi la loro diffusione, rendendo necessaria un’attenta selezione dei pazienti candidabili a questo tipo di impianto.
Quando è necessario un pacemaker
L’indicazione all’impianto di un pacemaker viene generalmente posta in seguito a una diagnosi di bradicardia significativa, blocco atrioventricolare o altre forme di disfunzione della conduzione cardiaca che comportano sintomi come affaticamento, vertigini, palpitazioni o sincopi. Un esame elettrocardiografico, eventualmente integrato da un monitoraggio Holter o da uno studio elettrofisiologico, consente al cardiologo di valutare la gravità del disturbo e la necessità dell’intervento.
Non si tratta di una scelta da prendere alla leggera: il momento giusto per l’impianto può fare la differenza nel prevenire eventi potenzialmente fatali, ma deve essere ponderato in base all’età, allo stato di salute generale e alla qualità di vita del paziente.
Vivere con un pacemaker
Una volta impiantato, il pacemaker diventa un fedele compagno di vita. I dispositivi moderni sono progettati per durare dai 7 ai 15 anni, a seconda del modello e dell’uso, e sono sottoposti a controlli regolari per monitorare la batteria e il corretto funzionamento.
La vita quotidiana, dopo un breve periodo di adattamento, può riprendere normalmente: è possibile viaggiare, fare attività fisica moderata, usare il cellulare e vivere una vita piena e attiva. Alcune precauzioni rimangono necessarie, come evitare forti campi magnetici o segnalare la presenza del dispositivo in caso di interventi diagnostici particolari (ad esempio la risonanza magnetica, oggi compatibile solo con alcuni modelli).
Perché sostenere la Ricerca e l’innovazione nelle terapie cardiache?
Investire nella Ricerca e nello sviluppo di tecnologie come il pacemaker significa offrire nuove possibilità di cura a chi convive con disturbi del ritmo cardiaco. Diagnosticare precocemente le alterazioni del battito, scegliere il trattamento più adatto e affidarsi a specialisti qualificati è fondamentale per garantire ai pazienti una vita lunga, attiva e sicura.
Tutto questo è possibile grazie all’impegno costante del Centro Cardiologico Monzino, che promuove percorsi di Ricerca, prevenzione e cura sempre più personalizzati e all’avanguardia.
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