Un possibile nuovo alleato per fermare la fibrosi del cuore 

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La fibrosi cardiaca è uno dei processi più comuni e allo stesso tempo più insidiosi che portano all’insufficienza cardiaca. Dopo un danno ischemico o un sovraccarico pressorio, il cuore reagisce producendo tessuto fibrotico, una sorta di “cicatrice” che ne limita la capacità di contrarsi e rilassarsi. Con il passare del tempo, questo irrigidimento può compromettere seriamente la funzione del cuore. 

Alla base di questo fenomeno ci sono i fibroblasti cardiaci, cellule normalmente silenziose che, in condizioni di danno, si attivano e iniziano a produrre quantità eccessive di matrice extracellulare. Nonostante il ruolo centrale di queste cellule, molto resta ancora da chiarire su ciò che le spinge a trasformarsi in modo così drastico. Ad oggi non esiste alcuna strategia terapeutica per combattere specificatamente l’eccesivo deposito fibrotico a livello cardiaco.  

Una nuova scoperta per il cuore 

Recenti ricerche su un fattore di trascrizione, con un ruolo nello sviluppo delle cellule del sangue – per molto tempo pensato con un’importanza limitata nel cuore adulto -, hanno messo in luce un cambiamento inatteso: dopo un danno cardiaco, i suoi livelli aumentano in modo marcato a livello del cuore e in particolare nei fibroblasti attivati. Studi preliminari, condotti dalla Prof.ssa Paola Cattaneo, hanno evidenziato un aumento di questo fattore di trascrizione in animali sperimentali soggetti a sovraccarico pressorio. Inoltre, lo stesso comportamento è stato osservato anche in fibroblasti umani esposti a stimoli che favoriscono la fibrosi. 

Questa evidenza ha portato a una domanda cruciale: se questo fattore contribuisce all’attivazione dei fibroblasti, è possibile ridurre la fibrosi intervenendo direttamente sulla sua attività? 

Il progetto: proteggere il cuore intervenendo sui fibroblasti 

Il progetto guidato dalla Prof.ssa Paola Cattaneo, group leader dell’Unità di Cardiac Development and Regeneration del Centro Cardiologico Monzino, ha l’obiettivo di verificare se eliminare specificatamente un fattore di trascrizione nei fibroblasti attivati possa ridurre la fibrosi, migliorare la funzione cardiaca e diminuire il rischio di aritmie e scompenso. 

Per farlo, i ricercatori – tra cui il Dott. Emanuele Pizzo, sostenuto dalla Fondazione IEO-MONZINO ETS – utilizzeranno un sistema sperimentale avanzato che permette di disattivare questo fattore in modo selettivo proprio nei fibroblasti. Dopo aver riprodotto in modo controllato una condizione di danno cardiaco, sarà possibile osservare come cambia la risposta del tessuto quando questo fattore di trascrizione non è più presente. Grazie a ecocardiografie, elettrocardiogrammi e a tecniche avanzate di biologia molecolare, sarà possibile capire se i cuori privi di questo fattore a livello dei fibroblasti mantengono una funzione migliore rispetto ai controlli. 

Parallelamente, verranno analizzati i cambiamenti del tessuto. La Ricerca valuterà quanto tessuto fibrotico si forma, quante cellule risultano attivate e quanto velocemente proliferano nei giorni successivi al danno. Questo permetterà di capire, in modo diretto, se la mancanza del fattore di trascrizione studiato limita davvero il rimodellamento patologico. 

Dai geni alle possibili terapie 

L’ultimo tassello del progetto riguarda i meccanismi più profondi, quelli che avvengono all’interno delle cellule. Attraverso analisi del trascrittoma e lo studio delle regioni di DNA attive durante la fibrosi, il team cercherà di comprendere come questo fattore di trascrizione influenzi l’espressione di specifici geni nei fibroblasti. Confrontando dati ottenuti da modelli sperimentali con quelli ricavati da fibroblasti umani, sarà possibile verificare quanto questi meccanismi siano conservati e potenzialmente sfruttabili in futuro per terapie mirate. 

L’innovazione di questa Ricerca risiede nel cambiare prospettiva: non intervenire sulle conseguenze della fibrosi, ma sulle cause che la rendono così aggressiva. Intervenire esclusivamente su questo fattore nei fibroblasti per regolare la fibrosi cardiaca offre una strategia innovativa, perché punta direttamente al meccanismo che causa il rimodellamento patologico invece di limitarne solo le manifestazioni. Se il ruolo di questo fattore di trascrizione verrà confermato, si aprirà la possibilità di sviluppare terapie capaci di agire con precisione sulle cellule responsabili dell’irrigidimento del cuore, limitando il rischio di scompenso e migliorando la qualità di vita dei pazienti. 

Perché il sostegno alla Ricerca è decisivo 

Comprendere a fondo come si attiva la fibrosi cardiaca significa dare al cuore una possibilità in più di guarire senza cicatrici e senza perdere la sua funzionalità. Sostenere la Fondazione significa supportare una Ricerca che rappresenta un passo importante verso nuove cure che potrebbero cambiare il futuro di milioni di persone. 

Ogni avanzamento nasce dall’impegno di chi lavora ogni giorno in laboratorio e dal sostegno di chi crede nel valore della Ricerca. 

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