Francesca Bertolini è una ricercatrice dell’Unità di Ricerca per lo studio delle patologie coronariche, valvolari e aortiche presso il Centro Cardiologico Monzino.
La sua Ricerca è focalizzata sullo studio delle patologie valvolari cardiache.
Francesca Bertolini è una ricercatrice dell’Unità di Ricerca per lo studio delle patologie coronariche, valvolari e aortiche presso il Centro Cardiologico Monzino.
La sua Ricerca è focalizzata sullo studio delle patologie valvolari cardiache.
Sono Francesca Bertolini, ricercatrice presso il Centro Cardiologico Monzino da due anni. Ciò che mi motiva ogni giorno nel mio lavoro si articola in due dimensioni: una più immediata e una più proiettata nel futuro. Da un lato, ho la possibilità di mettere in pratica ciò per cui ho studiato, continuando a crescere professionalmente grazie al confronto costante con colleghi e ricercatori che portano prospettive diverse e stimolanti. Dall’altro, coltivo l’ambizione, più complessa ma profondamente significativa, di contribuire concretamente al miglioramento della salute delle persone, trasformando le scoperte scientifiche in soluzioni cliniche efficaci e accessibili.
Al Centro Cardiologico Monzino collaboro con il gruppo di Ricerca del professor Paolo Poggio, focalizzato sullo studio delle patologie valvolari cardiache. Il nostro principale ambito di indagine è la malattia fibrocalcifica della valvola aortica, una condizione complessa e multifattoriale, caratterizzata da processi di infiammazione cronica e accumulo di calcio che determinano un progressivo irrigidimento dei lembi valvolari. Questo processo compromette la normale funzionalità della valvola, il cui ruolo cardine è garantire l’unidirezionalità del flusso sanguino dal cuore verso l’aorta. Nei casi più avanzati, tale disfunzione può evolvere in stenosi aortica severa, con conseguente sovraccarico del ventricolo sinistro e sviluppo di insufficienza cardiaca. L’obiettivo del gruppo di ricerca con cui lavoro è comprendere i meccanismi molecolari e cellulari alla base di questa degenerazione per sviluppare strategie terapeutiche farmacologiche, attualmente ancora assenti nella pratica clinica.
Il mio progetto di Ricerca è focalizzato sull’analisi di specifiche popolazioni cellulari presenti nella valvola aortica, con l’obiettivo di approfondire i meccanismi che regolano la fisiopatologia della sua degenerazione fibro-calcifica. In particolare, stiamo indagando il ruolo dei macrofagi residenti e il loro potenziale contributo alla progressione della malattia. Queste cellule immunitarie, attraverso la secrezione di proteine bioattive come l’adiponectina e altre molecole segnalatrici, potrebbero modulare i processi infiammatori e influenzare le vie molecolari coinvolte nella calcificazione valvolare.
Gli obiettivi di questo progetto sono molteplici, ma si concentrano principalmente sulla caratterizzazione dei macrofagi residenti nella valvola aortica e sull’analisi dell’attività dell’adiponectina. Quest’ultima è una proteina prodotta non solo dai macrofagi, ma anche da altre popolazioni cellulari, e ha suscitato crescente interesse in ambito cardiovascolare per i suoi effetti anti-infiammatori. Comprendere il ruolo dell’adiponectina e il suo impatto sulle dinamiche cellulari e molecolari della valvola potrebbe offrire nuove prospettive nella gestione della degenerazione fibro-calcifica.
Il mio primo contatto con la Ricerca medico-scientifica è avvenuto durante il tirocinio previsto nel percorso di laurea magistrale, quando ho scelto consapevolmente di svolgerlo in una struttura esterna all’ambiente accademico. Spinta dal desiderio di esplorare concretamente il mondo della Ricerca e di mettermi alla prova in un contesto stimolante e innovativo, sono stata selezionata da un centro di Ricerca a Padova. Lì ho avuto l’opportunità di confrontarmi con metodologie avanzate e di contribuire attivamente a progetti scientifici. È stata un’esperienza intensa e non priva di difficoltà: più volte ho messo in discussione la mia attitudine verso la Ricerca. Tuttavia, proprio attraverso quelle sfide, ho scoperto una determinazione nuova e ho imparato a non smettere di credere in ciò che voglio fare. Questo percorso ha rappresentato un autentico punto di svolta, rafforzando la mia motivazione e la mia visione professionale.
Nell’ultimo anno ho affrontato una delle sfide più belle e complesse del mio lavoro: trasmettere tecnica e passione a una giovane studentessa, accompagnandola fino alla laurea. Non è stato semplice insegnare non solo i contenuti, ma anche il metodo, la curiosità e la dedizione. Trovare il modo giusto per far capire quello che si sta spiegando e che faccia accendere l’interesse è forse la parte più delicata e stimolante. Questa esperienza mi ha ricordato quanto sia importante essere un punto di riferimento: qualcuno che accompagna, sostiene, ispira. Vederla raggiungere il suo traguardo è stato un onore e una grande soddisfazione.
La vita in laboratorio cambia ogni giorno, ed è proprio questa dinamicità che amo del mio lavoro. L’unico punto fisso? Il caffè del mattino con i colleghi, un piccolo rituale a cui raramente rinunciamo. Le ore più fresche della giornata le dedico alla parte pratica: colture cellulari, biologia molecolare ed altre tecniche che richiedono concentrazione e precisione. Nel pomeriggio mi sposto sull’analisi dei dati, la pianificazione dei giorni successivi, riunioni e studio. Ogni giornata è diversa, modellata dagli obiettivi e dagli eventi del momento. Se c’è un congresso o una presentazione in vista, tutto ruota attorno a quello. È un equilibrio dinamico, fatto di passione, metodo e tanta flessibilità.
Il momento in cui si percepisce di essere di fronte a qualcosa di importante non è un istante preciso, ma un processo graduale. Nel mio percorso di Ricerca, ho imparato che non sempre è immediato riconoscere il valore dei risultati ottenuti: è solo con il tempo, attraverso ulteriori esperimenti e analisi, che si può iniziare a coglierne la reale rilevanza. Quando i dati cominciano a confermare una teoria, quando le repliche sono coerenti e i dubbi iniziano a diradarsi, allora si può iniziare a intravedere il potenziale della scoperta. Fino a quel punto, si osserva con attenzione, si riflette con cautela e ci si continua a interrogare. Per ora, il mio approccio resta quello della pazienza e della verifica. La scienza richiede tempo, rigore e la capacità di attendere il momento giusto per esultare.
Per me lavorare in squadra è fondamentale. Ho la fortuna di far parte di un gruppo che valorizza l’aiuto reciproco e la condivisione, e questo rende il lavoro non solo più efficace, ma anche più umano e coinvolgente. Non possiamo sempre sapere tutto, ma avere la certezza di poter contare sui colleghi per affrontare procedure complesse o nuove sfide è essenziale per la buona riuscita di ogni progetto. La collaborazione permette di crescere insieme, di imparare gli uni dagli altri e di raggiungere obiettivi condivisi con maggiore consapevolezza e soddisfazione.
È noto che in Italia la Ricerca medico-scientifica non riceve sempre l’attenzione e il riconoscimento che merita. Eppure, è proprio dalla Ricerca che nasce il progresso, la cura, l’innovazione. Grazie all’impegno della Fondazione IEO-MONZINO e alla generosità dei suoi donatori, oggi molti giovani ricercatori, me compresa, hanno l’opportunità di contribuire concretamente allo sviluppo tecnico-scientifico del nostro Paese. Investire nella Ricerca significa investire nel futuro. E anche se può sembrare scontato detto da chi beneficia di questa possibilità, continuerò a sostenere con convinzione che servirebbero più realtà come la Fondazione IEO-MONZINO, capaci di colmare le lacune lasciate dai “piani alti” e di dare voce e spazio a chi lavora ogni giorno per costruire un domani migliore.
A chi sostiene la Ricerca vorrei dire che state aiutando noi ricercatori a trovare nuove cure e soluzioni per patologie che, ancora oggi, provocano molte morti in tutto il mondo. Non possiamo che essere profondamente riconoscenti per il vostro gesto di estremo altruismo e ci impegniamo ogni giorno per non deludere le vostre aspettative.
La Ricerca medico-scientifica è sinonimo di progresso e miglioramento. Basti pensare all’aumento e al perfezionamento dei farmaci che oggi aiutano persone in tutto il mondo, affette da patologie che fino a metà del secolo scorso erano considerate incurabili. Malattie come la tubercolosi, l’epatite C o l’HIV, che un tempo rappresentavano una condanna, oggi possono essere curate o tenute sotto controllo grazie ai progressi della medicina. È proprio per questo che sostenere la Ricerca è fondamentale: solo così le future generazioni potranno beneficiare di terapie sempre più innovative ed efficaci, anche contro le malattie che oggi non hanno ancora una cura.
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